Con il fiato sospeso

La genesi del film

Nel dicembre 2008 fui colpita da una notizia in breve che riguardava l’apposizione dei sigilli ai laboratori di chimica della Facoltà di Farmacia dell’Università di Catania a causa del sospetto inquinamento ambientale. A questa si aggiungeva il ritrovamento del memoriale di un giovane dottorando di ricerca dello stesso dipartimento, morto per un tumore al polmone nel 2003, cinque anni prima del sequestro dei laboratori. In questo diario Emanuele, 29 anni, aveva denunciato condizioni di lavoro insalubri in locali che egli stesso definiva non idonei alla ricerca scientifica: cappe aspiratrici non funzionanti; mancanza di aperture e di aerazione in ambienti dove sostanze chimiche anche cancerogene venivano utilizzate sui banconi, custodite in frigoriferi arrugginiti o smaltite negli scarichi dei lavandini; esalazioni altamente tossiche respirate quotidianamente da studenti e ricercatori. La cosa più sconvolgente era proprio il fatto che subito dopo la notizia del sequestro dei laboratori emergevano altre storie di ricercatori, tecnici e dottorandi morti o ammalatisi di tumori; alcuni di essi direttamente riconducibili alle attività dei cosiddetti colletti bianchi. Sembrava una storia degna di Leonardo Sciascia. Il processo che oggi vede imputati i vertici della Facoltà per inquinamento ambientale e discarica non autorizzata ha rivelato perizie in cui già nel 2005 si parlava di contaminazioni da mercurio, zinco, arsenico, piombo, rame, nichel e stagno con percentuali che superavano i livelli industriali dei petrolchimici.

La ricerca

Da quel dicembre 2008 è cominciato il mio personalissimo viaggio all’interno di questa faccenda. Ho frequentato i laboratori di chimica di altre facoltà allo scopo di decodificare il diario di Emanuele e cercare di capire la reale portata della storia che avevo deciso di raccontare. Anni di documentazione, incontri e questionari a ricercatori di alcune università. È il ritratto di ambienti obsoleti e dello stato di ricattabilità perenne in cui vivono i giovani che amano la ricerca e non vogliono rinunciare al loro sogno. Il mondo dei paradossi. La storia dei giovani universitari costretti a studiare e a fare ricerca in laboratori di chimica insalubri e dannosi è, per me, la metafora di come l’Italia sia, oramai, il Paese che divora i suoi figli. Nella storia di Stella si consuma il più alto dei tradimenti e noi tutti dobbiamo fare i conti con un Paese senescente, che ha dato prova di essere del tutto incapace di progettare il proprio futuro.

Stella è un personaggio inventato, sintesi di diverse vite. Ciò che mi ha colpito della storia originaria è che l’Università di Catania raccoglie studenti provenienti da un’ampia area, compresa quella dell’entroterra; anche questo è emblematico di quanto possa essere feroce il tradimento subìto da chi affida i propri figli all’istituzione università. Nel film, molto importante è la musica. È stato il mio modo di rendere omaggio alla città che ha ispirato questa storia, la Catania dalla forte tradizione musicale elettronica, la stessa che per anni è stata soprannominata “piccola Seattle” a causa delle risonanze americane. È grazie a questa suggestione che ha preso vita il personaggio di Anna, amica di Stella, musicista indie che ha rifiutato le logiche dell’università per dedicarsi alla musica. Anna ama la chimica eppure è capace di dire di no. Svolge una funzione drammaturgica importantissima perché è attraverso di lei che noi non rimaniamo invischiati in questa storia collosa e inquinante. La musica è quel linguaggio universale e prezioso da scegliere e custodire. Come la chimica, del resto. Questo l’ho imparato da chi la chimica l’ama davvero.

La scelta del linguaggio del film è arrivata dopo.

Perché un film di finzione

Ciascun cineasta, nella propria attività, sperimenta in continuazione quel limite oltre il quale ciò che si vuole raccontare diventa impalpabile, non filmabile. Nel cinema documentario il non filmabile è quella soglia che divide il discorso pubblico che un testimone ha desiderio e disponibilità a fare e la propria intimità che ritiene inviolabile, almeno entro una determinata misura. Nel caso specifico dei fatti raccontati ne Con il fiato sospeso, la percezione di questo limite fin da subito mi ha spinto a desiderare la messa in scena, la scrittura di una sceneggiatura e il lavoro con gli attori. Anche quella tra cinema di finzione e cinema documentario è una soglia, ed è proprio lavorando su questi diversi limiti, che ho concepito il film. Mi sono chiesta fin da subito quanto volessi rappresentare senza mediazioni il dolore di un padre e di una madre per la morte di un figlio; quanto la rappresentazione di questo dolore nel contesto di un film documentario non schiacciasse il senso stesso del racconto rendendolo ingestibile per lo spettatore, addirittura repulsivo e “falsificante” del senso generale che necessariamente un film deve contemplare anche quando racconta una micro-­‐storia. Ecco che lo spaesamento, il dolore, interpretato da una attrice o da un attore, può essere il dolore di tutti noi, può legittimamente trascendere quella vicenda umana particolare, e diventare qualcosa di estremamente condivisibile. Ho deciso, quindi, che avrei usato il mezzo più usuale e riconoscibile del cinema della realtà, l’intervista, e l’avrei messo a disposizione di un film di finzione. La testimonianza diretta di Stella, interpretata da Alba Rohrwacher, mi ha permesso di entrare e uscire dai due diversi generi, fornendo allo spettatore, attraverso il linguaggio, una riflessione non solo sul dolore, ma anche sul cinema. Una contaminazione che mi ha permesso di portare alle estreme conseguenze un ragionamento nato con L’isola, che in questi anni ho portato avanti. Anche qui vi è un continuo dialogo tra i dettagli di realtà inseriti in contesti di finzione e viceversa ed è da questo dialogo che trae linfa una drammaturgia frutto di una relazione potente con l’ambiente, in cui il punto di vista è imprescindibile quanto la necessità di raccontare questa storia.

Costanza Quatriglio