Con il fiato sospeso

Caso Farmacia, riprende il processo. Problemi di sicurezza fino all’anno scorso

Quasi cinque anni dopo i primi avvertimenti di un possibile problema ambientale, un accertamento per conto dell’assessorato regionale alla Salute ha rilevato una serie di problemi all’interno dei laboratori del dipartimento di Farmacia. Secondo i tecnici dell’Asp, fino all’anno scorso i lavandini nei quali si sospetta fossero sversate sostanze chimiche non sono stati cambiati. Dopo la sostituzione, l’Università li ha smaltiti come rifiuti pericolosi

Dopo la pausa estiva, sono riprese le udienze del processo per disastro ambientale e gestione di discarica non autorizzata all’interno dell’ex facoltà Farmacia. Sono otto gli imputati tra dirigenti, professori e tecnici amministrativi dell’Università di Catania all’epoca dei fatti. Dopo le testimonianze dei tecnici della It group, la società di indagine e bonifiche ambientali a cui l’Ateneo si è affidato nel 2005, è toccato – con un cambiamento di programma rispetto a quanto previsto nel corso dell’ultima udienza dello scorso 13 luglio – a due dipendenti dell’ufficio tecnico dell’Università e ad un ingegnere del servizio di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro dell’Azienda sanitaria provinciale di Catania.

Proprio la testimonianza del dipendente dell’Asp Natale Aiello è stata quella che ha destato maggiore interesse. Dopo una segnalazione generica su problemi all’interno del dipartimento, è stato disposto un accertamento per conto dell’assessorato regionale alla Salute nel maggio del 2011. Quasi cinque anni dopo i rilievi e gli avvertimenti della It group e dopo l’istituzione di un processo per reati ambientali, i tecnici dell’Asp hanno rilevato una serie di problemi all’interno dei laboratori. Dalla mancanza di una doccia di emergenza – indispensabile in caso di contaminazione – al pavimento danneggiato, passando per l’intonaco non ripristinato dopo i lavori relativi all’impianto. Ma a destare maggiore sorpresa nei tecnici sono state le condizioni dei lavandini: «Totalmente anneriti, aggrediti da sostanze sversate». I tecnici dell’Asp hanno dato per scontato che si trattasse degli stessi lavandini utilizzati già prima dell’inizio delle inchieste. «Nemmeno ci siamo posti la domanda visti i segni. La corrosione non è un fatto che normalmente si riscontra», ha spiegato Aiello. Gli stessi responsabili del dipartimento – ha suggerito l’ingegnere – avrebbero potuto sostituirli anche per verificare se le sostanze venivano sversate ancora non correttamente. Ricevuti i risultati dell’ispezione, «l’Università ha regolarmente smaltito i lavandini». E secondo la relazione dello stesso Ateneo del 19 ottobre 2011 sono stati dichiarati rifiuti pericolosi. Ai rilievi dell’Asp, «non c’è stata nessuna contestazione, né formale né verbale», ha dichiarato Aiello che verrà interrogato dagli avvocati della difesa nel corso della prossima udienza, il 12 ottobre.

Le testimonianze dell’ingegnere Umberto Grimaldi e dell’architetto Fabio Sciarone si sono invece concentrate sui lavori di rifacimento dell’impianto fognario dell’edificio che ospita i laboratori al centro del processo. La ristrutturazione, eseguita nel 2006, ha riguardato l’intero sistema. «Dovevamo rifare gli impianti di scarico perché l’edificio aveva problemi di umidità», ha affermato Grimaldi, dipendente dell’Ateneo dal 2001. Nessun cenno a alla presenza di sostanze tossiche o problemi ambientali. Un edificio costruito secondo tecniche vecchie ormai di più di 40 anni, come viene descritto, che fino a questa ristrutturazione così invasiva utilizzava ancora il sistema dellesaie, i canali aperti nei quali confluivano le acque. Da dove passassero le vecchie tubature nessuno lo sa, visto che nessuna planimetria è mai stata ritrovata. L’unica soluzione è stata fare ex novo tutto l’impianto, secondo alcune direttive consigliate dall’It group riguardanti materiali da utilizzare. E – da quanto testimoniato dai due dipendenti – finora quello del 2006 è stato l’unico intervento di messa in sicurezza di tali proporzioni in tutto l’Ateneo. «Dovevamo realizzare un sistema che funzionasse bene», ha dichiarato Grimaldi. «L’impianto vecchio perdeva acqua». Da qui l’umidità riscontrata. Eppure un precedente intervento c’era già stato, visto che i vecchi scarichi posti a livello del pavimento erano stati tappati. Lavori che potrebbero rientrare tra quelli di ordinaria amministrazione, un tempo svolti dagli stessi dipartimenti con fondi autonomi.

Sulla rituale domanda del pubblico ministero Lucio Setola su odori e problemi alle mucose di naso e bocca avvertiti nei locali, Grimaldi non ha rilevato nulla di preoccupante: «Si sentiva un odore come di ospedale – ha dichiarato – ma mai qualcosa di strano». Ma le sensazioni di bruciore erano state riferite dai dipendenti sia all’ingegnere che all’architetto.

E se Grimaldi ha dichiarato di non essere a conoscenza di altri studi e – nello specifico – dell’attività di rilevazione dell’It group, Fabio Sciarone ha affermato di aver partecipato a una delle riunioni con uno dei referenti dell’azienda e altri responsabili, tra i quali Fulvio La Pergola (all’epoca componente della commissione di sicurezza dell’Ateneo), Lucio Mannino (dirigente dell’ufficio tecnico) e Franco Vittorio (direttore del dipartimento di Scienze farmaceutiche e all’epoca dei fatti capo della commissione). Anche se dell’allarme lanciato dai tecnici della ditta milanese l’architetto non ha memoria.

Pubblicato da ctzen.it il 29 settembre 2012

Pubblicato in: la storia

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