Con il fiato sospeso

Il mistero del laboratorio dei veleni

Ricostruzione a cura della redazione di CTzen.it (agosto 2013)

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«Con la presente descrivo un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici e l’utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza». Sono le parole scritte tra il 21 e il 27 ottobre 2003 da Emanuele Patanè, dottorando dell’ateneo di Catania, morto di cancro al polmone poche settimane dopo aver redatto un memoriale denso di accuse su quanto accadeva nei laboratori del dipartimento di Scienze Farmaceutiche. Grazie alla sua testimonianza postuma e a un esposto anonimo presentato alla procura etnea, nel novembre 2008 gli inquirenti decidono di mettere i sigilli ai laboratori della facoltà. All’interno dello stabile si trovano quattro dipartimenti, ma ad interessare gli inquirenti in particolar modo è proprio quello frequentato dal giovane Patanè che nel suo diario racconta di smaltimento di liquidi pericolosi senza alcuna misura di sicurezza, cappe di aspirazione mal funzionanti, odori tossici. E stila un elenco di colleghi, personale amministrativo e docenti vittime di tumori, ictus e, in un caso, di un aborto spontaneo al sesto mese.

Tra il 2009 e il 2011 si susseguono le indagini per accertare fatti e responsabilità e viene compiuto l’incidente probatorio ad anni di distanza dal momento della denuncia dal giovane dottorando. Undici mesi dopo il sequestro, l’intero edificio viene riconsegnato all’università. Il processo per disastro e discarica non autorizzata nel periodo che va dal 2004 al 2007 parte con il rinvio a giudizio di direttore amministrativo, dirigente dell’ufficio tecnico e responsabile del servizio prevenzione e protezione dai rischi dell’ateneo, dell’ex preside della facoltà di Farmacia e del direttore del dipartimento di Scienze farmaceutiche, oltre ai tre membri della commissione sicurezza creata proprio per vigilare sulla struttura.

Si scopre che le prime segnalazioni ufficiali su malesseri e strani odori risalgono ai primi mesi del 2000. Lettere, note, verbali ufficiali nei quali si leggono descrizioni di «vapori maleodoranti» che rendono «l’aria irrespirabile». I dipendenti, nel corso delle udienze, descrivono i corridoi del seminterrato avvolti da una strana nebbia, mentre i gradini in marmo della struttura si presentano corrosi. Quello preso in esame nelle aule giudiziarie è un periodo confuso per la Facoltà di Farmacia: dal personale giungono continue richieste di trasferimento, la ditta di pulizie si rifiuta per alcuni giorni di entrare nei locali, un tecnico di laboratorio è costretto ad un ricovero urgente, alcuni giovani studenti si ammalano per poi morire, una dipendente si accascia sulla scrivania vittima di un ictus che non le lascerà scampo. Intanto le aule e i laboratori vengono chiusi a più riprese, anche per intere settimane, e gli allievi rimangono pressoché all’oscuro di quanto accade attorno a loro. Dopo alcune analisi rivelatesi infruttuose, i vertici del dipartimento convocano nel 2005 un’azienda esperta nella bonifica di siti industriali. Ma il piano di messa in sicurezza concordato viene ridimensionato e l’università esclude i carotaggi all’interno dei laboratori, una misura che avrebbe consentito di agire con maggiore precisione. In compenso, nel 2006, viene completamente rifatto l’impianto fognario, un’operazione che non viene comunicata ai tecnici al lavoro per stabilire la presenza di contaminazione e che muta in maniera irreparabile quello che dopo pochi anni diventerà ufficialmente il luogo di un presunto illecito.

Una decina di morti, circa 20 i malati, 38 i casi di patologie gravi. Sono queste le stime di uno dei legali delle parti civili per il secondo processo sul “laboratorio dei veleni”, quello per omicidio colposo plurimo. Tra le presunte vittime, studenti giovanissimi e lavoratori che non avevano mai manifestato alcun segno che potesse allarmarli sul proprio stato di salute. Intanto si attende la conclusione del processo in corso per disastro e gestione di discarica non autorizzata, giunto ormai alle battute finali. Un processo difficile, sia per la difficoltà nell’accertare lo stato del sottosuolo in assenza di rilievi effettuati nel periodo preso in esame, sia per l’atteggiamento di alcuni dei testimoni. Come ha messo più volte in rilievo il pubblico ministero, da un lato i docenti in pensione e parte del personale tecnico-­‐amministrativo parlano sotto giuramento di una situazione drammatica, dall’altro i professori ancora in servizio minimizzano quanto riportato nei documenti messi agli atti.

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