Con il fiato sospeso

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la mia esperienza all’Università di Catania

Mi chiamo Maria Rosaria e sono una ex studentessa di CTF dell’Università degli studi di Catania laureatami nel 2004 e ad oggi farmacista. Al tempo dei miei studi ero una “fuori sede” proveniente dallo stesso paese di Emanuele Patané, Giarre.
Emanuele lo conoscevo solo di vista e sapevo dove abitava poiché passavo spesso davanti casa sua per recarmi nella parrocchia vicina.Il suo nome mi divenne più familiare quando nel 2003 la mia collega, che frequentava i laboratori del 2° piano dell’istituto di farmacia, mi disse che c’era un ragazzo ammalato di tumore. Da allora,ricordo,si cominciarono a conoscere storie simili allora taciute e ognuno inevitabilmente cominciò a fare certe associazioni di idee. Io nel frattempo stavo completando la mia tesi sperimentale in chimica organica presso il dipartimento di chimica lavorando con molecole che erano derivati benzenici.Negli ultimi mesi cominciai ad avere una forte tosse che non riuscivo a placare con lo sciroppo.Era una tosse strana perché notai che, una volta arrivata a casa,mi passava per poi ripresentarsi il giorno seguente appena mettevo piede in laboratorio.
Come è ben descritto nel film “Con il fiato sospeso”,anche i laboratori degli altri istituti dell’università di Catania erano abbastanza fatiscenti e le precauzioni adottate non hanno limitato i danni.Il mio problema bronchiale cominciò ad impensierirmi quando un giorno, tossendo , avvertì un dolore alla schiena , proprio in corrispondenza delle spalle.Per fortuna grazie a un certificato medico potei stare un po a riposo accelerando i tempi della tesi.
Dopo la laurea, forte forse pure di questa esperienza, decisi di non continuare la via della ricerca con il dottorato in chimica, pur essendo questa una grande passione che mi accompagna ancora e che influenza pure il mio modo di rapportarmi con ciò che mi circonda.
Il film su Emanuele visto il 5 gennaio su Rai 3 mi ha riportato in mente il mio trascorso accademico con le sue fatiche e le sue soddisfazioni ma ha anche riaperto una piccola ferita, il dolore per la morte di un giovane ragazzo, brillante e con una vita davanti, che ha immolato se stesso e i suoi sogni sull’altare della scienza e della ricerca. E ciò mi ha fatto molto male..

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generazione abbandonata

frequentavo lo stabile in questione, non il laboratorio perché di un altra facoltà rispetto a farmacia e quindi andavo solo a seguire lezioni di alcuni corsi ed a fare esami; volevo fare i miei complimenti alla regista che ha saputo magistralmente portare in video sia narrativamente che tecnicamente lo SMARRIMENTO che ho provato alla venuta fuori già anni fa di questa notizia drammatica. mi sono anche chiesto ricordandomi del fatto che i bagni del piano terra , e quindi forse comunicanti con la stessa fossa settica del laboratorio, anche se non ne ho certezza, fossero stati deliberatamente lasciati sempre aperti e con tutte le finestre spalancate anche in pieno inverno a causa del fatto in questione, e quindi se qualcheduno fosse stato a conoscenza della problematica. cosa che, se così fosse, renderebbe il dramma ancora maggiore, così come la colpa, visto il tempo trascorso senza prendere provvedimenti rispetto alle prime fattispecie sospette da parte dell’università, è risultato ancora perduto e letale di anni fino a quando poi ha agito la magistratura , in un parallelismo macabro con i fatti di cui si viene a conoscenza solo in questi giorni riguardanti la terra dei fuochi. come la protagonista e come EMANUELE frequentavo l’università con il cuore grande pieno di speranza, fascinazione e ardore giovanile; guardavo le persone che mi stavano insegnando con sentimenti di stima, ammirazione e una sorta di affetto, come se fossero secondi padri e madri che così come quelli veri ti hanno insegnato a vivere durante infanzia e fanciulezza, a loro volta questi altri ti stavano insegnando la professione che sarebbe stata il cardine della tua vita adulta. tutti noi vedevamo in loro i nostri modelli, e detto ciò e alla luce dei tutto ora posso dire con contezza che non vi è disgrazia più grande al mondo del male e dal tradimento che arriva proprio dai “padri”; è allora che il mondo cade e non c’è più …UN SENSO. nonostante le responsabilità personali penso più in generale che la generazione dei nostri padri sia responsabile di enormi nefandezze, a livello sia economico-sociale che morale in tutti i campi, la generazione precedente, padri dei padri e nostri nonni fu sicuramente migliore, più integerrima, rispettosa e onorevole; ai sociologi spetta secondo me rilevare le cause di ciò, ma a noi l’arduo compito, prioritario ad ogni altra cosa, di conquistare i posti decisionali per tentare di raccogliere le ossa spolpate della carcassa del nostro paese e con queste costruire utensili nuovi che un giorno forse, dopo lungo lavoro, daranno profitto o se non altro la dignità perduta alla palude italica lasciataci in eredità. i fatti narrati nel film e i fatti dell’italia contemporanea gridano giustizia. PADRI INFAMI!

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ricordo Emanuele sempre!

Mi sono laureata in ctf nell ottobre del 2002. Ho svolto la tesi nel lab accanto a quello di Emanuele. Ogni tanto fumavamo una sigaretta insieme nel giardino per prendere una boccata d aria fuori da quei laboratori fetidi. Gli chiedevo sempre che diavolo combinavano…..v era una puzza terribile….mi ricordo ihe lui mo disse che sintetizzavano composto con lo zolfo ed il sistema di areazione non funzionava….che forse per me era meglio andare in lab nel pomeriggio quando nessuno lavorava nei laboratori…seguii il suo consiglio e forse mi salvò la vita. Non me lo scordo mai Emanuele perchè mi stava troppo simpatico. E forse mi ha salvato la vita con quel consiglio da fratello maggiore!

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Non solo in Italia

sono un chimico con 10 anni di esperienza nella ricerca universitaria, come studente di laurea e di dottorato di ricerca prima e come assegnista e ricercatore a tempo determinato poi. Durante la mia carriera ho avuto modo di vedere come lavorano in Francia (dove ho svolto un periodo di ricerca di 3 anni), Germania, Inghilterra, Spagna.
Al Dipartimento di Chimica di Pisa eravamo esposti in maniera incontrollata a una quantità altissima di reagenti pericolosi. Io lavoravo sul bancone del laboratorio, non sotto cappa perché le cappe non c’erano o non erano funzionanti. durante la Tesi di laurea maneggiavo ogni 2 gg oltre 5 litri di solventi fuori cappa (THF, benzene, toluene, diclorometano, cloroformio) senza contare i 5L giornalieri di acetone ed etere dietilico per lavare la vetreria. Durante il dottorato la temperatura del laboratorio tra marzo e agosto toccava spesso il 30°C e oltre e le bottiglie di pentano ed etere dietilico sbuffavano come mantici. Gli ostacoli per avere un adeguamento delle norme di sicurezza erano di tipo amministrativo: il personale docente si impegnava a fondo nel tentativo di ottenere standard di sicurezza più elevati ma non poteva interrompere l’attività rischiando di perdere i pur esigui finanziamenti. Il Servizio Prevenzione e Protezione dell’Università si rifiutava invece di fare sopralluoghi qualificati oppure mandava il personale amministrativo che non voleva neppure entrare nel laboratorio. Come studenti di dottorato abbiamo provato a far presente la situazione ma l’imminente (e sempre rimandata) costruzione del nuovo Dipartimento bollava le nostre richieste come sconclusionate e presto obsolete. Il Dipartimento è tuttora ultimato benché se ne prevedesse già la costruzione nel 2000. Di quegli anni conservo un’allergia al diclorometano abbastanza lieve e un’allergia forte alla dicicloesildicarbodiimide.
All’estero era diverso? No. Il mio laboratorio era in un istituto gestito da un premio Nobel per la chimica in Francia. Il gruppo del premio Nobel aveva i reattivi in una stanza priva di areazione e di armadi idonei, tutti lavoravano con le cappe aperte oltre il limite consentito e con l’allarme disinserito. I solventi di lavaggio (per fortuna solo acetone) erano conservati e utilizzati fuori cappa (circa 50 L alla settimana). La pressione psicologica sul personale era fortissima cosicché la maggior parte del personale si obbligava a turni di lavoro inumani, nessun sabato né domenica liberi (fino a 20 ore al giorno). Molti colleghi soffrivano di depressione, hanno abbandonato oppure sono stati licenziati per “scarso impegno nell’attività”.
In Francia, come in Inghilterra e in Germania la pressione psicologica sui ricercatori extracomunitari è molto forte e li costringe a un lavoro al limite delle capacità di sopravvivenza in ambienti spesso insalubri. Nessuno dei posti dove ero stato all’estero aveva un ufficio, tutta l’attività si svolgeva nel laboratorio e nel laboratorio ogni persona aveva una scrivania. Di questo periodo conservo una sordità lieve dovuta al rumore dei macchinari e danni permanenti al fegato.
Come lezione personale ho imparato che in molti luoghi dove si fa ricerca, non solo in Italia, l’ambizione personale e la voglia di riuscire viene spesso subordinata alla sicurezza degli operatori.
Ora sono tornato in Italia e lavoro ancora nella ricerca e nella tecnologia. Il mio laboratorio è piccolo e ha adottato una strategia di ricerca a basso impatto sulla salute, è un processo in miglioramento ma la strada è tracciata. Ma quante volte ho fatto e visto quello che voi mostrate nel trailer…

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Con il fiato sospeso o trattenendo il respiro?

Con il fiato sospeso o trattenendo il respiro?
Il film di Costanza Quatriglio mi ha fatto ripercorrere in flashback gli anni a cavallo i 60 ed i 70, quando da studente e da laureando ho frequentato gli storici laboratori d’analisi dell’Istituto di Chimica dell’Università di Palermo, gli stessi che senza aggiornamenti strutturali di rilevanza avevano visto in passato la presenza di illustri scienziati del calibro di Stanislao Cannizzaro.
Laboratori splendidi dal punto di vista storico, molto meno da quello dell’adeguatezza alle condizioni di lavoro ed al contatto con le sostanze manipolate sia nei corsi di apprendimento che nelle attività di ricerca.
La chimica ambientale era una sconosciuta, l’incidente dell’ICMESA di Seveso era ancora da venire da lì a parecchi anni, eppure già nel 68 in noi si era fatta strada la consapevolezza, e da qui le richieste al corpo docente, che quantomeno una buona parte delle ricerche che si svolgevano nei nostri Istituti (di Chimica Generale, di Chimica Fisica e di Chimica Organica) dovessero avere finalità applicative al miglioramento delle condizioni di vita della gente.
Il livello di pericolosità o di tossicità delle sostanze che adoperavamo fin dal primo anno di studi non ci sfiorava affatto, del resto eravamo o no chimici?
Imparavamo, anzi, a riconoscere gli odori della chimica: l’odore di uova marce dell’idrogeno solforato, quello acuto e pizzicante dell’acido acetico, quelli soffocanti dell’acido cloridrico, dell’acido nitrico, dell’ammoniaca, oppure quelli aromatici, alcuni anche dolciastri, del cloroformio, dell’acetone, dell’acetato d’etile, altri nauseabondi quali il solfuro di carbonio, ecc.
Imparavamo che gli idrossidi ci lasciavano le dite “saponose” e l’acqua ossigenata molto concentrata ci sbiancava completamente la pelle del pollice con cui tappavamo la provetta da agitare nella quale ne avevamo versato piccole quantità.
Nei laboratori dei primi tre anni gran parte delle reazioni per l’analisi qualitativa e quantitativa degli elementi da riconoscere avveniva scaldando i contenitori in vetro (becher) nei banconi di lavoro, vale a dire che se si trattava di un corso numeroso potevano esserci anche 40-45 fornelli accesi (becchi Bunsen) contemporaneamente, con vapori liberi nel laboratorio.
Sotto le cappe aspiranti si lavorava poco, sia perchè nel laboratorio più grande ce n‘erano 4, non c’era quindi spazio per tutti e, in ogni caso, il tiraggio era spesso “approssimativo”.
Ma, in fondo, ritenevamo di sapere quello che si faceva, tuttalpiù se l’odore era particolarmente molesto o irritante per le mucose bastava trattenere il respiro, una o più volte per completare la reazione o l’analisi, perché, eravamo chimici o no?
Si evitava di lavare spesso il camice, perché dopo ogni lavata spuntava sempre qualche nuovo buco, testimonianza di schizzi inavvertiti acidi o basici, mentre ci si rideva su se si raccontava del distacco persino di parte di una manica.
Ovviamente, tutto quello che si era utilizzato negli esperimenti, acidi, basi, solventi, ecc., finiva nello scarico dei lavandini e non faceva eccezione neppure il pulitore-sgrassatore chimico per eccellenza della vetreria, la miscela cromica, vale a dire un soluzione di colore rosso arancio intenso a base di acido solforico concentrato e bicromato di potassio, una vera bomba a cui non resisteva pressoché nulla.
Nei laboratori di ricerca c’era lo stesso modus operandi, semmai poteva variare in più l’uso di prodotti organici (benzene, solo per citare il più noto tra i tanti) nel caso dell’Istituto di Chimica Organica o di composti organo-metalli (stagno, rame, nichel, ecc.) nel caso dell’Istituto di Chimica Generale ed Inorganica.
Nei primi anni 70 ci si cominciò ad occupare di inquinamento delle acque. Ma, a ben considerare quegli anni, è evidente il paradosso: molti dei reagenti utilizzati per l’analisi dei campioni d’acqua erano, in realtà, più tossici ed inquinanti (dato che tutto finiva negli scarichi dei lavandini) degli stessi inquinanti ricercati. Fra di essi acido solforico, idrossido di sodio, mercurio, cromo, argento, stagno, vari reagenti organici di cui già si sospettava un’azione cancerogena, la micidiale miscela cromica per pulire la vetreria, ecc. Un solo esempio di lavoro: la ricerca della presenza dei tensioattivi anionici (detersivi) prevedeva l’uso, tra i reagenti, di cloroformio. L’unica precauzione per evitare di respirarne i vapori nel corso della sua separazione dalla soluzione acquosa consisteva nel mettersi davanti ad una finestra aperta e nel trattenere il respiro.
A fine giornata, dopo un bel po’ di analisi, il mal di testa era una costante e si tornava a casa piuttosto intontiti.
Si potrebbe continuare ancora, ma oltre a questi sprazzi di episodi voglio dire che il film mi ha riportato giocoforza a considerazioni più tristi, cioè al ricordo di quei colleghi, amici, docenti, in verità non pochi, che nel tempo ci hanno lasciato prematuramente, non per limiti di età, ma a causa di patologie tumorali.
Nessuno può dimostrare l’eventuale nesso di causalità tra le sostanze con cui per anni loro sono stati a contatto, sia per respirazione che tramite assorbimento epidermico, e per le inadatte condizioni di lavoro. Ognuno è libero di trarre le proprie considerazioni davanti la nuda realtà dei fatti, nella considerazione, tuttavia, che la maggior parte di quelle sostanze sono state riconosciute da tempo nocive, a vari gradi, per la salute umana e che esse sono state manipolate o ad esse ci si è esposti in condizioni lavorative che oggigiorno sono espressamente vietate.
Sorprende che nel corso di Laurea in Chimica dell’Università di Palermo continui ancora a mancare qualche insegnamento che tratti di questi argomenti o che ve ne sia soltanto uno che affronti le tematiche dell’inquinamento ambientale. Eppure i tempi sono cambiati, la coscienza e la conoscenza per i problemi ambientali, a partire dalla salubrità del posto di lavoro hanno fatto passi da gigante, o non ce ne si è accorti?.
Costanza Quatriglio, partendo da fatti drammatici che non possono essere circoscritti soltanto a quella sede universitaria, lancia, a mio avviso, un messaggio chiaro e forte: non è più il tempo di stare con il fiato sospeso, ma è il tempo di avere il coraggio della denuncia e della riaffermazione dei propri diritti, ovvero della determinazione di riprendere a respirare liberamente ed a pieni polmoni.

Gioacchino Genchi – Dirigente chimico, Regione Siciliana, Dipartimento Attività Sanitarie e Osservatorio Epidemiologico

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riflessioni

Proprio ieri ho potuto rivedere il film e, come era capitato in seguito alla prima proiezione, ho passato tutta la sera a riflettere su quanto sia assurdo quello che è successo.
Frequento il dipartimento di chimica a Catania dal 2007 e da allora non ho mai avuto il timore di vivere in un ambiente insalubre, le misure di sicurezza sono sempre state rispettate anche nei più piccoli e apparentemente insignificanti dettagli nonchè si è sempre puntato parecchio sulla sensibilizzazione degli studenti riguardo il lavorare in ambienti sicuri. forse proprio per questo, quando una mattina vidi i laboratori del dipartimento di farmacia sigillati, rimasi stupita e ovviamente lo sconcerto crebbe quando venni a sapere tramite la stampa che oltre all’accusa di inquinamento ambientale c’erano di mezzo le morti di alcuni dottorandi.
è impossibile non provare a immedesimarsi in quei giovani, chi intraprende un simile percorso di studi è motivato dalle stesse emozioni,dalla stessa euforia, dalla stessa passione. al contempo provo a immedesimarmi in chi ha provocato questo scempio ma non ci riesco proprio, quale può essere la motivazione di tanta ingiustificabile superficialità? ignoranza?soldi?menefreghismo? e poi, con che coraggio lavarsi le mani e guardare negli occhi i genitori di quei ragazzi?come si può confidare nella impossibilità di dimostrare la causa di quelle malattie mortali? anche una matricola sa che in un laboratorio ci sono dei responsabili: tecnici, professori, addetti ai lavori, tutti perfettamente consapevoli della pericolosità comportata dalla manipolazione di reagenti tossici in luoghi non idonei. i fatti parlano da soli per cui in linea teoria non dovrebbe esser difficile aspettarsi giustizia e rispetto per la memoria di Emanuele, Agata e i coinvolti in questa assurda vicenda.
Probabilmente si potrebbe dibattere per giorni se la fonte del problema sta nella carenza di fondi per la l’univesità, se è il classico problema da ricercare nello stereotipo del meridionale retrogrado e strafottente o se invece è l’ennesimo vergognoso fatto di cronaca italiano; non credo che il problema si riduca a questo però probabilmente in gran parte risiede nello sconfortante disinteresse delle istituzioni, forse nel tentativo di salvaguardare una credibilità che proprio tale disinteresse ha ormai quasi del tutto cancellato. ai “piani alti” dell’ateneo mi piacerebbe ricordare che la vera università non sono loro e i loro interessi politici ed economici ma noi studenti che la viviamo giorno per giorno e a cui ci appoggiamo per poter concretizzare le nostre ambizioni.
è assurdo che si debba pagare il costo dei propri sogni con la vita.

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La ricerca perché????

Avrei voluto fare medicina, ma avevo le idee confuse e la mia alternativa era Chimica Farmaceutica, alcuni miei compagni del Liceo me ne avevano parlato e così decisi che di iscrivermi a CTF, in realtà non avevo neanche superato il test a medicina, non avevo studiato e non avevo le idee chiare. I primi anni sono stati un disastro ho fatto pochissimi esami, lavoravo come cameriera, mi piaceva l’idea di essere indipendente di poter viaggiare, uscire e divertirmi e pensavo se non lo faccio adesso quando?? Ad un certo punto però ho dovuto fare una scelta studiare seriamente o lasciar perdere, ho capito che superati gli esami del primo anno soprattutto gli altri sarebbero stati più interessanti, così ho iniziato a studiare e un giorno una mia carissima amica Elisa mi ha detto: “Vuoi entrare in tesi con il prof. Tortorella, io mi sono trovata benissimo e conoscendoti non ho dubbi che andrete d’accordo!!” Cosi ho incontrato il prof. Tortorella e mi piaceva l’idea di scoprire nuove molecole testarle vedere se avessero o meno attività biologica ecc ecc.

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Vi racconto la mia esperienza nei laboratori di Chimica

di Danilo Pulvirenti, pubblicato da CTzen.it

Questa vicenda è stata seguita solo dal giornale per il quale ho il piacere e l’onore di scrivere che è appunto CTzen. Forse è l’unico caso in Italia dove ci sia una denuncia ed una causa del genere. Il silenzio dei media fino ad ora è regnato sovrano, ma con questo film probabilmente si inizierà a discutere meglio di questa assurda vicenda. Naturalmente io ancora non ho visto il film (esce oggi al cinema King e sarà proiettato fino a giorno 22 settembre) ma proprio quando accadevano i fatti per cui oggi sono in corso le indagini io ero nei laboratori di Chimica dell’Università di Catania. E’ da tanto che avrei voluto scrivere questo post, oggi mi sembra il giorno giusto.

Dopo aver fatto gli studi classici al Liceo Mario Cutelli a Catania ho scelto di cambiare “completamente” direzione (anche se su questo avrei molto da dire) e ho scelto di iscrivermi alla facoltà di Chimica. Mi sono laureato in tempo in 5 anni e durante il periodo formativo stavo insieme ai miei colleghi tutti i pomeriggi in laboratorio. Parliamo del quinquennio che va dal 1998 al 2004. Oggi sono un libero professionista ed ho un mio laboratorio che gestisco insieme a mio padre. Vi devo dire con il “senno di poi” che in effetti quell’esperienza è stata paradossale. E, purtroppo bisogna dirlo, lo è tutt’ora. Poco o nulla è cambiato. Il percorso formativo prevedeva le mattine (tutte comprese il sabato) lezioni teoriche in aula e tutti i pomeriggi dalle 15 alle 19 lezioni in laboratorio. Non ci hanno MAI parlato di sicurezza nei luoghi di lavoro, mai fatto un corso antincendio, mai parlato dei dispositivi di protezione individuale. Mai ci hanno fornito le mascherine lavoravamo con delle cappe che erano fuori norma. Addirittura i laboratori erano dentro le stanze dei professori (questo almeno so che lo hanno cambiato). Da professionista ho dovuto ristudiare tutto d’accapo. Lo so cosa state pensando: “mica l’università può insegnare tutto”. Beh avrei preferito mille volte conoscere il D.lgs. 626 uscito nel 1994 poi modificata nel 2008 sia per avere più cognizione di cosa stessi facendo in laboratorio, sia per avere una base professionale da cui partire. Infatti oggi faccio tanta fatica a confrontarmi e a leggere documenti per la sicurezza (di grosse aziende come i petrolchimici presenti nel nostro territorio) scritte da Ingegneri (con tutto il rispetto) che da un punto di vista chimico non hanno ne capo ne coda. Il rischio chimico in ambienti di lavoro trattato in modo mooolto superficiale anche dalla normativa stessa. E mi chiedo se sia normale che in un percorso formativo così importante si possano tralasciare informazioni come queste. Quando è scoppiato lo scandalo (come sempre bisogna prima che ci scappi il morto) si è cercato di correre ai ripari, ma senza mai coinvolgere gli studenti. Ci si è mossi sempre ad un livello accademico. E mi risuonano i racconti di professori di chimica che parlavano di documenti che dovevano firmare scritti dall’ente dell’università che si (dovrebbe) occupare di sicurezza dei luoghi di lavoro, nel quale non mi risulta che ci sia nemmeno un chimico, scritti senza avere una coerenza scientifica. La cosa che mi preoccupa parecchio e che oggi è tutto ancora così. La sicurezza nei luoghi di lavoro in Italia è una continua emergenza, ma lo è perché non viene nemmeno studiata nelle Università. Si formano i futuri professionisti senza che se ne sappia nulla. Però ogni anni si contano i morti ed oggi si contano i morti anche delle persone che  vivono vicino le fabbriche. Se noi che siamo del settore non conosciamo la Normativa, non veniamo formati su questi argomenti, come pretendiamo che un “operaio” o un cittadino possa capire cosa è pericoloso per la sua salute e cosa non lo è?

Penso sinceramente che il percorso formativo sia delle Università che delle Scuole sia profondamente da rivedere. Gli studenti sono numeri costretti a stare in aule brutte sporche fredde e senza alcuna sicurezza, costipati in 30 in una classe nel periodo più bello della propria vita (fino, se va bene ai 25 anni). Ti levano l’anima, ti fanno morire dentro. Ed io mi ritengo fortunato perché ho finito il mio percorso di studi prima di tutte le continue riforme a cui assistiamo oggi. Ma quando vado nelle scuole vedo questi ragazzi che “ballano” sulle sedie che vorrebbero uscire ed invece sono costretti a stare in questi luoghi in cui ormai la formazione, l’antica formazione Italiana è solo un miraggio. Tutta Teoria studiata sui libri e nessuna pratica.

Riflettevo l’altro giorno che gli sforzi fatti, dal sottoscritto ma anche da tanti altri che si battono per insegnare le buone pratiche, non ha un risvolto sul piano formativo. Non c’è una facoltà in cui si parli a 360°C di sostenibilità di agricoltura biologica, di energie rinnovabili, non è contemplato nemmeno che ci si possa formare in meritoAnzi parlare di queste cose nel mondo accademico è spesso un tabù. Se un ragazzo che ascolta una mia conferenza volesse approfondire e studiare quelle tematiche non avrebbe dove andare. Noi vorremmo che l’Università si aprisse, che scegliesse un percorso formativo diverso, nuovo (e non alternativo come oggi si usa dire come le energie… e poi altenative a cosa?) che si studiassero i veri effetti benefici delle piante, che nelle ampolle dei laboratori di iniziasse a mettere vere piante e non più sostanze tossiche provenienti dall’industria petrolchimica. Si darebbe speranza, io oggi nel mio laboratorio privato sto iniziando a fare ricerca, collaboro con diverse aziende che ricercano (appunto) professionisti che li aiutino in un percorso (certamente difficile) mirato alla sostenibilità. Ma tutto questo dovrebbe avvenire dentro l’università che è il luogo principe della ricerca, quella vera, e non quella che fa comodo alle lobby che oggi rappresentano una vera e propria zavorra che rende il cambiamento lentissimo. Se vado oggi a Chimica trovo gli stessi insegnanti e gli stessi argomenti che ho studiato ormai 10 anni fa!!! Ma la ricerca deve essere 10 anni avanti, deve essere visionaria deve essere stimalante e stimolata da menti fresche. La risposta che oggi si può dare alle morti dovrebbe essere quella di avviare un corso di laurea tutto incentrato sulla sostenibilità ambientale (ci sarebbro tanti potenziali docenti “alternativi” con formazioni dalle più disparate pronti a percorrere questa aventura) sarebbe il primo in Italia (credo).

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Testimonianza di una studentessa

Mi sono iscritta a Farmacia perché da adolescente avevo un sogno: quello di scoprire nuovi vaccini per i bambini africani. Ho frequentato il liceo scientifico sperimentale che mi ha permesso di studiare molta chimica e molta biologia, oltre che fisica e matematica. Mi sono iscritta a Chimica e Tecnologie Farmaceutiche (un corso di laurea della vecchia facoltà di Farmacia, ora facoltà di Farmacia e Medicina) perché volevo studiare le applicazioni biologiche della chimica: come funziona il corpo umano chimicamente parlando, studiare i farmaci ecc. In famiglia nessuno è appassionato di chimica; è una cosa che è nata così, a scuola.

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Una testimonianza

Perché ti sei iscritta in farmacia? Quale indirizzo hai scelto e perché?

Quando ho scelto la facoltà da frequentare ero una diciottenne con la voglia di dare una svolta alla mia vita allontanandomi dall’ambiente in cui ero cresciuta. Vivevo in un piccolo paese di provincia. Per il carattere che ho (ed avevo) non ho mai gradito l’intrusione, i commenti, i giudizi di persone che conosci solo perché sono tuoi vicini di casa e quindi il mio primo obiettivo era quello di spostarmi in una grande città. Pertanto prima di scegliere la facoltà ho scelto la città. Presi in mano un libriccino che elencava tutte le facoltà dell’università La Sapienza e ovviamente selezionai le facoltà dove c’erano corsi di chimica. Tra ctf (chimica e tecnologia farmaceutiche), farmacia e chimica pura “vinse” ctf perché la chimica mi sembrava “parecchio presente” e mi sembrava un corso completo e con diversi sbocchi lavorativi.
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