Con il fiato sospeso

Non solo in Italia

di Alby

sono un chimico con 10 anni di esperienza nella ricerca universitaria, come studente di laurea e di dottorato di ricerca prima e come assegnista e ricercatore a tempo determinato poi. Durante la mia carriera ho avuto modo di vedere come lavorano in Francia (dove ho svolto un periodo di ricerca di 3 anni), Germania, Inghilterra, Spagna.
Al Dipartimento di Chimica di Pisa eravamo esposti in maniera incontrollata a una quantità altissima di reagenti pericolosi. Io lavoravo sul bancone del laboratorio, non sotto cappa perché le cappe non c’erano o non erano funzionanti. durante la Tesi di laurea maneggiavo ogni 2 gg oltre 5 litri di solventi fuori cappa (THF, benzene, toluene, diclorometano, cloroformio) senza contare i 5L giornalieri di acetone ed etere dietilico per lavare la vetreria. Durante il dottorato la temperatura del laboratorio tra marzo e agosto toccava spesso il 30°C e oltre e le bottiglie di pentano ed etere dietilico sbuffavano come mantici. Gli ostacoli per avere un adeguamento delle norme di sicurezza erano di tipo amministrativo: il personale docente si impegnava a fondo nel tentativo di ottenere standard di sicurezza più elevati ma non poteva interrompere l’attività rischiando di perdere i pur esigui finanziamenti. Il Servizio Prevenzione e Protezione dell’Università si rifiutava invece di fare sopralluoghi qualificati oppure mandava il personale amministrativo che non voleva neppure entrare nel laboratorio. Come studenti di dottorato abbiamo provato a far presente la situazione ma l’imminente (e sempre rimandata) costruzione del nuovo Dipartimento bollava le nostre richieste come sconclusionate e presto obsolete. Il Dipartimento è tuttora ultimato benché se ne prevedesse già la costruzione nel 2000. Di quegli anni conservo un’allergia al diclorometano abbastanza lieve e un’allergia forte alla dicicloesildicarbodiimide.
All’estero era diverso? No. Il mio laboratorio era in un istituto gestito da un premio Nobel per la chimica in Francia. Il gruppo del premio Nobel aveva i reattivi in una stanza priva di areazione e di armadi idonei, tutti lavoravano con le cappe aperte oltre il limite consentito e con l’allarme disinserito. I solventi di lavaggio (per fortuna solo acetone) erano conservati e utilizzati fuori cappa (circa 50 L alla settimana). La pressione psicologica sul personale era fortissima cosicché la maggior parte del personale si obbligava a turni di lavoro inumani, nessun sabato né domenica liberi (fino a 20 ore al giorno). Molti colleghi soffrivano di depressione, hanno abbandonato oppure sono stati licenziati per “scarso impegno nell’attività”.
In Francia, come in Inghilterra e in Germania la pressione psicologica sui ricercatori extracomunitari è molto forte e li costringe a un lavoro al limite delle capacità di sopravvivenza in ambienti spesso insalubri. Nessuno dei posti dove ero stato all’estero aveva un ufficio, tutta l’attività si svolgeva nel laboratorio e nel laboratorio ogni persona aveva una scrivania. Di questo periodo conservo una sordità lieve dovuta al rumore dei macchinari e danni permanenti al fegato.
Come lezione personale ho imparato che in molti luoghi dove si fa ricerca, non solo in Italia, l’ambizione personale e la voglia di riuscire viene spesso subordinata alla sicurezza degli operatori.
Ora sono tornato in Italia e lavoro ancora nella ricerca e nella tecnologia. Il mio laboratorio è piccolo e ha adottato una strategia di ricerca a basso impatto sulla salute, è un processo in miglioramento ma la strada è tracciata. Ma quante volte ho fatto e visto quello che voi mostrate nel trailer…

Pubblicato in: le storie

Commenta: (0) →

Leave a Comment