Con il fiato sospeso

Una testimonianza

Perché ti sei iscritta in farmacia? Quale indirizzo hai scelto e perché?

Quando ho scelto la facoltà da frequentare ero una diciottenne con la voglia di dare una svolta alla mia vita allontanandomi dall’ambiente in cui ero cresciuta. Vivevo in un piccolo paese di provincia. Per il carattere che ho (ed avevo) non ho mai gradito l’intrusione, i commenti, i giudizi di persone che conosci solo perché sono tuoi vicini di casa e quindi il mio primo obiettivo era quello di spostarmi in una grande città. Pertanto prima di scegliere la facoltà ho scelto la città. Presi in mano un libriccino che elencava tutte le facoltà dell’università La Sapienza e ovviamente selezionai le facoltà dove c’erano corsi di chimica. Tra ctf (chimica e tecnologia farmaceutiche), farmacia e chimica pura “vinse” ctf perché la chimica mi sembrava “parecchio presente” e mi sembrava un corso completo e con diversi sbocchi lavorativi.

L’inizio è stato molto duro, mi sentivo un pesce fuor d’acqua, non mi sentivo in grado di affrontare tutto insieme: passare da una classe del liceo di 20 persone ad un’aula enorme con 300 persone era strano, sentivo tutti sicuri di sé, tutti sapevano (o almeno mi sembrava) cosa fare, come organizzarsi lo studio… io mi sentivo una scema in confronto a loro Alla prima sessione di esame (giugno) molte persone riuscirono a superare 2-3 esami e io avevo paura di affrontarli! A febbraio dell’anno successivo avevo verbalizzato solo un esame (matematica, con un voto un po’ bassino, 20) e superato 2 scritti (chimica generale e fisica) in attesa di sostenere gli orali…Volevo mollare a quel punto. La mia fortuna è stata andare a sostenere l’orale di chimica generale: presi 28! Ero alle stelle. Mentre il prof verbalizzava mi chiese come stava andando la mia “carriera “universitaria. Gli spiegai la situazione e lui mi incoraggiò proprio tanto. Da quel momento mi sentii più grintosa e pronta ad affrontare gli anni e gli esami successivi.

Quando hai cominciato ad amare la chimica?

Al quarto anno del liceo (scientifico). La prima volta ne sentii parlare al secondo anno del liceo nel corso di biologia, ma mi sembrava una materia difficile, strana. Poi al quarto anno mi sono “illuminata”: si trattava (si tratta!!) di qualcosa di affascinante… riuscire a “vedere” la materia come un insieme di atomi piccolissimi, infinitesimi… wow! all’inizio mi sembrava fantasia, ma è realtà è così! All’università, dopo aver studiato la chimica organica, ne fui ancora più affascinata! Mescolando una sostanza con un’altra puoi creare una nuova sostanza mai esistita fino a quel momento. Mi appassionai così alla sintesi organica, ma non avevo ancora la possibilità di realizzare tutto ciò con le mie mani. Ero solo al secondo anno di università, ma ero comunque soddisfatta di studiare queste materie: prima o poi le avrei messo in pratica!?

C’è qualcuno che ti ha trasmesso questa passione?

Di persone seriamente appassionate di chimica fino ad oggi ne ho conosciute poche, quindi la chimica intesa come materia di studio mi è stata “trasmessa”da tutti i prof incontrati durante il mio percorso, ma la chimica intesa come passione nasce dentro di me…all’inizio facevo chimica solo sulla carta, poi ho avuto la grande fortuna di fare la tesi in un lab dove la mia passione cresceva di giorno in giorno e,ancora oggi, nello stesso laboratorio mi rendo conto di aver trovato la strada giusta per me grazie alle persone che mi hanno stimata e mi hanno permesso di rimanere nel lab la mia passione cresce cresce cresce!

Se dovessi parlarne per similitudine, a che cosa accosteresti la chimica?

La chimica per me è come la cucina per un cuoco: il cuoco apre il frigo, vede quali ingredienti ci sono, sceglie quelli che si legano bene e crea un nuovo piatto… il chimico apre il reagentario (l’armadio dove si conservano le sostanze usate come materiale di partenza per crearne altre), vede quali sostanze (reattivi) ci sono, scegli quelli che si legano (in senso vero e proprio) e crea una molecola… il cuoco crea per soddisfare il palato dei commensali, il chimico crea per???

Io mi definisco(o cmq mi piacerebbe che mi si definisse) un chimico organico ( anche se ancora incompleto, ma con tanta voglia di imparare più cose possibili) mentre un chimico farmaceutico crea nuove molecole con una possibile applicabilità in medicina, il chimico organico crea e basta. Ma non penso affatto che sia una creazione sterile: quello che si fa servirà ad altri ai quali risulterà utile sapere come A e B si legano per dare C, in quanto tempo, a quale temperatura, ecc ecc… esattamente come ad un cuoco risulterà utile sapere come le uova e altri ingredienti a 200 gradi in forno dopo 40 minuti danno un pan di Spagna. Il laboratorio in cui mi trovo mi consente di fare chimica organica, ma essendo un lab di chimica farmaceutica tutto ciò che faccio si spera che sia utile farmaceuticamente parlando….

Quando hai sentito parlare per la prima volta di malattie connesse alla chimica? E chi te ne ha parlato?

La prima volta che sentii parlare di malattie connesse alla chimica fu al quarto anno dell’università quando seguii il corso di tossicologia. Forse sarebbe stato utile qualche anno prima. Il primo approccio con la chimica avviene al secondo anno. I primi laboratori didattici, per quello che ricordo, non venivano affrontati con la coscienza che alcune sostanze possano essere veramente pericolose se maneggiate con poca “cura”. Non mi riferisco solo alla tossicità cronica (dovuta all’esposizione prolungata ad un certa sostanza) ma anche a quella acuta. L’acido solforico per esempio: se una goccia arriva in un occhio non è innocua… è passato tanto tempo, più di 10anni e alcuni ricordi non sono più nitidi, ma non mi sembra di ricordare che venisse data tanta attenzione all’aspetto della tossicità. Probabilmente, anzi quasi sicuramente, ci facevano lavorare con sostanze poco pericolose. Ad esempio il mercurio veniva solamente studiato ma mai utilizzato, ma l’acido solforico ed altre sostanze corrosive venivano usate e non ricordo prof che ti rimproverano per non aver indossato guanti e occhiali di protezione. Ora vedo anche altri prof di diversi laboratori didattici “mettere più cura”. Credo che sia una questione generazionale, nel senso che i prof un po’ più anziani sono, diciamo, abituati al vecchio modo di fare chimica… un tempo non esistevano scarichi particolari dove buttare i rifiuti, si buttava tutto nel lavandino. I prof più giovani sono invece innanzitutto più coscienti della tossicità di alcune sostanze e quindi più attenti nel lavoro in laboratorio. Questo per quanto riguarda i laboratori didattici. Ma nei laboratori di ricerca non si può dire la stessa cosa secondo me… mi riferisco a quei laboratori dove ci sono cappe assolutamente inadeguate (per grandezza) al numero di persone che lavorano… dove si fanno le colonne all’aria aperta…

Qual è la definizione di elementi tossici e non tossici? E soprattutto, in che senso tossici? Ci sono vari gradi? Voi per vostra cultura siete in grado di riconoscerli con facilità?

Ci sono solo due sostanze (tra quelle che maneggiamo in laboratorio) che possiamo considerare non tossiche: il cloruro di sodio (il sale da cucina) e il bicarbonato. Non è proprio così ma quasi… Innanzitutto le sostanze tossiche lo possono essere per esposizione acuta o cronica… mi spiego: l’acido cloridrico è un gas che, se usato al di fuori della cappa, viene inalato e può arrivare a corrodere la mucosa del naso anche fino all’emorragia. Questa è la tossicità acuta, una sola esposizione può essere pericolosa. La tossicità cronica invece è quella tipicamente associata alle sostanze cancerogene. E’ il caso del benzene che se inspirato a piccole dosi per tanti giorni, mesi, anni può provocare un tumore. Quindi potenzialmente molte sostanze sono pericolose. Basta usare le precauzioni giuste.

Per riconoscere una sostanza tossica è sufficiente leggere attentamente l’etichetta e le schede di sicurezza che le industrie produttrici allegano alle sostanze acquistate… tuttavia quando vengono create delle nuove molecole in lab, visto che nessuno può prevederne la tossicità, è opportuno comportarsi con quella sostanza come se avesse una grande tossicità: usare guanti, maneggiarla sotto cappa sono le classiche operazioni che si eseguono se la sostanza è un liquido… usare i guanti ed evitare di spargerla su tutte le superfici al di fuori della cappa (ad esempio durante le operazioni di travaso da un contenitore ad un altro). Pertanto, tanto per fare un esempio, se mentre travaso una polvere sul mio banco(che non è sotto cappa) e un po’ di sostanza mi cade sul banco è opportuno pulire gettando poi, la carta usata per pulire ed ormai contaminata, in un apposito contenitore e non nel cesto della spazzatura comune…

Mi fai un elenco di sostanze tossiche necessario all’uso quotidiano in laboratorio?

Sono diverse le sostanze tossiche si usano. Posso fare un elenco di quelle più tossiche, che spesso utilizzo io: benzene (cancerogeno), metanolo (danneggia la vista), diclorometano (solvente tossico per il fegato), cloroformio (molto tossico per il fegato), trifosgene ( è un solido che piano piano libera un gas, il fosgene che, tanto per intenderci e se non sbaglio, era un’arma chimica usata durante la seconda guerra mondiale…è parecchio tossico, sia in maniera cronica che acuta), diversi cloroformiati (una sostanza appartenente a questa classe è il cloro formiato di benzile), diverse ammine (ad esempio la trietilammina)… in questo momento non mi vengono in mente altre sostanze. Sono talmente abituata ad usarle che quasi quasi sono diventate per così familiari da non averne più”paura” e penso alla loro tossicità solo nel momento in cui le devo maneggiare.

In un laboratorio chi è addetto alle pulizie?

Tutti sono addetti alle pulizie: ognuno ha il compito di lavare la propria vetreria dopo averla usata, pulire la porzione di cappa sotto cui si lavora, tenere più o meno ordinato e pulito il proprio bancone. C’è poi, almeno nel nostro laboratorio, l’abitudine di fare delle pulizie generali (mensili) per pulire la strumentazione che nel frattempo ha accumulato un po’ di polvere -visto che gli addetti alle pulizie esterni al lab non sono”autorizzati”a maneggiare le nostre attrezzature- per portare i solventi ed altre sostanze da smaltire nell’apposito magazzino di raccolta dell’università che poi penserà ad affidarle alle aziende che si occupano di smaltimento. Sempre in occasione di queste pulizie mensili cerchiamo di dare una sistemata al frigorifero ed agli armadi dove conserviamo le sostanze dove, nonostante la cura che ci si mette, dopo un po’ di tempo qualche “puzza” c’è sempre… naturalmente armati di maschere e guanti…

Cosa si smaltisce nei lavandini e cosa non si smaltisce nei lavandini?

Di buona norma niente va smaltito nei lavandini. Si possono buttare nel lavandino le soluzioni di acidi, diluiti ovviamente, come l’acido solforico o di acido acetico, oppure le soluzioni di bicarbonato di sodio o di cloruro di sodio (il sale da cucina).

A cosa servono le cappe?

Le cappe servono per aspirare tutti i vapori con cui si ha a che fare mentre si lavora, vapori derivanti dai solventi (come il benzene) o vapori che si possono sviluppare nel corso delle reazioni. Tutte (o comunque quasi tutte) le operazioni vengono eseguite sotto cappa. Operare quasi esclusivamente in quella zona consente di limitare al massimo le zone contaminate chimicamente.

Quali sono le regole dello smaltimento? Tu le conosci e soprattutto chi te le ha insegnate? Avete mai fatto un corso di comportamento in laboratorio? Un corso vero e proprio sulla sicurezza?

Per smaltire tutte le sostanze usate in laboratorio utilizziamo bidoni di raccolta che poi verranno consegnate a ditte specializzate nello smaltimento. Abbiamo bidoni di 25 litri dove mettiamo i solventi che sono lo “scarto delle reazioni”, un contenitore dove mettiamo i vetri contaminati, un altro dove ci si mette la plastica contaminata, un contenitore per raccogliere i solidi contaminati ed infine uno dove si mette la silice (la silice è una polvere che si usa per preparare delle colonne all’interno delle quali viene posta una miscela di sostanze da separare. La silice è particolarmente polverulenta, se respirata”spesso” può provocare una malattia-la silicosi- pertanto è necessario maneggiarla con cura (per evitare che si alzi un polverone) e smaltirla in appositi contenitori. Tutto ciò che so sullo smaltimento mi è stato insegnato dai prof che c’erano nel lab quando feci la tesi. Fino a quel momento nessuno mai mi aveva parlato di smaltimento e di norme “comportamentali”in laboratorio, non ci sono dei corsi organizzati dall’università sulla sicurezza in laboratorio.

Come si maneggiano le sostanze? Ci sono precauzioni particolari? Se sì, l’università ti mette in condizioni di pensare alla salute?

Le sostanze vanno maneggiate in funzione della tossicità. Ad esempio il bicarbonato di sodio è piuttosto innocuo e non richiede delle precauzioni particolari. Altre sostanze invece richiedono l’utilizzo di guanti e di maschere di protezione. Per alcune sostanze è necessario eseguire delle operazioni di neutralizzazione, necessaria per diminuirne la reattività. Faccio un esempio: quando si utilizzano i cloruri acidi (molecole molto reattive e quindi potenzialmente reattive con le molecole delle pelle se vengono in contatto con essa o con la mucosa del naso) è necessario preparare una soluzione di carbonato di sodio dove mettere “a lavare” la vetreria che è venuta in contatto con quella sostanza prima di procedere alla normale operazione di pulizia. Prima di chiedersi se l’università ci mette in grado di pensare alla sicurezza è comunque bene precisare che ci deve essere prima di tutto il buon senso di chi opera: potrei trovarmi in un laboratorio ultramoderno e supergalattico ma se lavorassi male nessun sistema di protezione potrebbe reggere. Fino ad ora ho sempre trovato “disponibilità” da parte dell’università negli interventi utili per aumentare la sicurezza. Ad esempio i prof, io ed altre persone pensavamo che ci fosse bisogno di una cappa in più in laboratorio, abbiamo fatto richiesta ed è stata fatta nel giro di poco tempo.

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1 Comment

  1. Salvatore gennaio 8, 2014

    Sono un dottorando, ho appena iniziato , ma fino ad ora non ho svolto nessun corso di sicurezza in laboratorio. Lavorerò a stretto contatto con Diossina e composti simili, so perfettamente che maneggierò sostanze pericolose, ma nessuno ancora mi ha detto come maneggiarle. Per quanto sia consapevole dei rischi, l’università e il dipartimento in cui lavoro non si sono minimamente interessati alla sicurezza del personale. Qualche mese fa ho svolto un periodo di ricerca in Norvegia e lì mi hanno istruito ancora prima di mettere piede in laboratorio.

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