Con il fiato sospeso

Testimonianza di una studentessa

Mi sono iscritta a Farmacia perché da adolescente avevo un sogno: quello di scoprire nuovi vaccini per i bambini africani. Ho frequentato il liceo scientifico sperimentale che mi ha permesso di studiare molta chimica e molta biologia, oltre che fisica e matematica. Mi sono iscritta a Chimica e Tecnologie Farmaceutiche (un corso di laurea della vecchia facoltà di Farmacia, ora facoltà di Farmacia e Medicina) perché volevo studiare le applicazioni biologiche della chimica: come funziona il corpo umano chimicamente parlando, studiare i farmaci ecc. In famiglia nessuno è appassionato di chimica; è una cosa che è nata così, a scuola.

Conoscere la chimica è importante perché aiuta a non commettere errori nelle azioni quotidiane, errori causati da false credenze o semplice ignoranza. Essere chimici vuol dire tante cose, ma quella più importante è saper ragionare. E’ fondamentale avere un linguaggio chimico universale; in questo modo si facilitano gli scambi di informazioni, laboratori distanti collaborano con più facilità, si possono studiare vecchi appunti e ricominciare studi terminati, ad esempio, per carenza di fondi.. Forse più degli altri mestieri, chi diventa chimico lo fa necessariamente per passione. Ci sono alle spalle, infatti, anni di studio pieni di sacrifici e comunque un lavoro di responsabilità (dalla semplice sicurezza in laboratorio alla responsabilità effettiva di chi, ad esempio sta al reparto qualità di un’industria farmaceutica o alimentare). La mente umana è complessa: non si sa mai chi si ha di fronte. La chimica è altrettanto complessa ma ha delle leggi che la governano e che stanno alla base di tutti gli studi successivi fatti sulla materia in genere. L’inquinamento ambientale (inteso come emissioni delle aziende, scarichi in acque ecc..) è una diretta conseguenza del progresso. Si deve fare assolutamente qualcosa per ridurlo ai minimi termini, ma purtroppo non credo che il progresso possa prescindere dall’inquinamento. Un errore che spesso si commettere è riferirsi alla chimica come qualcosa di cattivo, qualcosa che porta dei benefici ma gli effetti collaterali sono talmente dannosi che è meglio lasciar perdere. Il fatto è che tutto quel che ci circonda è chimica: la respirazione è chimica, la produzione di vino è chimica, la produzione di antibiotici dalle muffe è chimica, la panificazione è chimica. Non si può prescindere dalla chimica: moriremmo. Nel nostro piano di studi ci sono corsi di tossicologia o comunque si affrontano temi, come la tossicità di alcuni composti, quasi lungo tutto il corso degli studi. Ci sono sostanze che sono tossiche sempre, a qualsiasi concentrazione vengano assunte. Ci sono sostanze che, se assunte entro certi limiti di concentrazione, non sono dannose. Ci sono sostanze, infine, che non sono tossiche mai (il che è comunque raro, perché ad alte dosi quasi tutto diventa tossico). Con gli studi che facciamo, siamo in grado di riconoscere le sostanze tossiche e comunque, nel dubbio, ci sono testi di riferimento. Un esempio di sostanze tossiche necessarie in un laboratorio sono l’acido cloridrico e l’idrossido di sodio. Il primo è un acido forte che corrode se viene a contatto con i tessuti, la seconda è una base forte anch’essa corrosiva e da maneggiare con le dovute precauzioni (guanti e occhiali). I laboratori didattici servono, per lo più, ad acquisire la giusta manualità con gli “attrezzi del mestiere” (essenzialmente la vetreria: pipette, becher, bottiglie, …). Gli esercizi che ci fanno fare nei laboratori didattici sono di una banalità estrema e non hanno nulla a che vedere coi laboratori di ricerca. I laboratori sono attrezzati, oltre che delle cose fondamentali che si trovano nei laboratori didattici, anche di macchinari ultra avanzati, senza i quali la ricerca sarebbe impossibile. Durante il periodo di tesi uno studente impara a essere completamente autonomo, a gestire il lavoro, a seguire un progetto, tutte cose che lo preparano a non essere un peso per l’azienda che lo assumerà. Far parte di un gruppo di ricerca è come stare in una squadra: ognuno svolge dei compiti diversi che hanno tutti la stessa finalità. E’ importante sentirsi parte di una squadra e sentire che la squadra c’è e funziona. Ovviamente credo sia necessario spiegare ad ogni membro del team qual è lo scopo ultimo del progetto. Non penso sia possibile operare così, senza sapere il perché. Possono emergere dettagli importanti per il progetto che potrebbero essere sottovalutati. Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti di laboratorio (parlo dei didattici) non tutto viene smaltito nei lavandini. Spesso nei laboratori, durante esercitazioni particolari, ci sono dei bidoni appositi per alcune soluzioni o polveri che produciamo che assolutamente non devono finire nelle fognature. Del sistema di smaltimento del nostro dipartimento non mi sono mai occupata, ma è una argomento che mi piacerebbe affrontare. Durante alcuni passaggi delle esercitazioni è stato necessario l’uso delle cappe che servono a proteggere l’operatore da potenziali fumi tossici che si formano in una reazione e sono di un’importanza fondamentale come tutta l’attrezzatura di protezione (guanti, occhiali, lo stesso camice..). Nel mio dipartimento non è mai successo alcun incidente, anche perché ogni studente ha un corredo completo a disposizione durante tutto il ciclo delle esercitazioni. Non conosco bene le regole dello smaltimento e credo che nessuno degli studenti le conosca. C’è un corso al 2° anno (ma purtroppo è stato tolto) proprio di prevenzione e sicurezza in laboratorio. Trattava di estintori, sostanze tossiche, codici di sicurezza ecc, ma era solo teorico. Ovviamente se un professore mi assicura che certe metodiche sono sicure per la mia salute e per quella degli altri, io sono tranquilla e agisco secondo le disposizioni. Se dovessi avere dubbi, andrei sicuramente dal docente di riferimento a chiedere spiegazioni. Non mi è mai capitato finora di rifiutarmi di svolgere alcuni passaggi in laboratorio. Intanto spero di laurearmi l’anno prossimo. Sono una semplice studentessa. Ho bene in mente l’ambito lavorativo nel quale fare carriera: quello delle analisi. Un’alternativa è la carriera accademica, ma conosco bene le reali possibilità che possa avverarsi.. Secondo Alma Laurea un laureato in Farmacia trova lavoro dopo un anno dalla laurea. Io lo spero; l’investimento economico è notevole. Lavorare in farmacia per un laureato in C.T.F. è un po’ una sconfitta. La figura del farmacista è ridotta a venditore di scatolette, e tutti gli anni di sacrifici fatti non verrebbero ripagati neanche economicamente, se si considera lo stipendio e la mancata possibilità di fare carriera. Lo studente di C.T.F. preferisce di gran lunga lavorare in laboratorio, anche perché è molto più stimolante. So che un laboratorio del mio dipartimento ha collaborato con la plasmon per la validazione di alcune analisi. Sono stata alla Sigma Tau e ai laboratori dell’antidoping del Coni, ma non so come funzionano realmente i laboratori di un’industria in senso generale. La sensibilità dei ragazzi a determinati argomenti è una questione personale. Chi si “scontra” con queste tematiche inevitabilmente si rende conto che bisogna fare qualcosa per controllare i livelli di inquinamento. Per quanto riguarda la vicenda di Catania, io mi sono preoccupata tanto da avere l’intenzione di informarmi circa le modalità di smaltimento delle sostanze usate e prodotte nei laboratori. Se poi penso ai presunti responsabili, mi vengono in mente opinioni non proprio positive. Il problema è che gente del genere si trova in tutti gli ambienti; sta a noi giovani cambiare il sistema. Cose del genere col progresso hanno relativamente poco a che fare. Certe decisioni si prendono per salvaguardare gli interessi personali, non fa niente se poi ci scappa il morto. Noi dobbiamo e possiamo ripensare il futuro. L’università è luogo di produzione dei saperi, è un luogo di cultura assoluta, si cresce e alla Sapienza in particolare si affrontano così tanti problemi che una volta fuori saremo pronti a ogni evenienza. I miei genitori hanno ancora delle aspettative. L’università ha bisogno di essere riformata, ma non come hanno provato a fare i ministri dell’istruzione che si sono succeduti. Sono contenta di essermi iscritta all’università perché in questi anni sono maturata tanto, anche fuori dalle mura dell’università stessa. Io per il futuro ho tanti progetti, ma non so se sono realizzabili. Non so quanto tempo passerà prima di essere assunta da un’azienda, quando avrò la certezza economica di poter fare acquisti importanti, di essere indipendente. Non penso che la nostra generazione sia stata tradita perché i nostri padri sono precari quanto noi. Io penso che alcune classi sociali siano state tradite. Per il momento i miei sforzi vengono premiati. In fin dei conti, studio e supero gli esami con buoni voti perché mi impegno. Mi soddisfa tantissimo quando un professore mi fa capire che valgo tanto. La più grande delusione è vedere professori preparatissimi che fanno i baroni. Il professore universitario dovrebbe essere una istituzione, un punto di riferimento per la società. Invece molti si perdono tra raccomandazioni, soldi e interessi personali in genere. Mi confronto spesso con colleghi e amici su questi temi. Siamo spesso d’accordo.

Pubblicato in: le storie

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